I Cicloamici si impegnano in salute

Sono Cicloamico fin dalla fondazione dell’associazione; li conosco bene. Naturalmente, vanno in bicicletta ma non si accontentano di fare le mosche bianche.

L’idea dei Cicloamici è offrire ai nostri figli (più realisticamente, i pronipoti) almeno le premesse per un modello di città diverso. Per fare questo abbiamo accettato una pacifica battaglia fatta di progetti e iniziative promuovendo le nostre speranze presso enti e istituzioni.

I Cicloamici, pur non appartenendo a nessun partito, fanno politica attiva; non stanno a guardare e non aspettano promesse ma agiscono incalzando il potente di turno verso la mobilità sostenibile, un modello di città a misura di genitori e bambini.

Tuttavia, fare progettualità significa avere conoscenze e competenze che possono maturare solo attraverso una formazione di alto livello. A questo compito non ci siamo sottratti e, proprio in queste settimane, si è concluso il 1° corso di formazione nazionale FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) per dirigenti di associazioni di volontariato.

Quindi, se la cultura va in bici perché la nostra salute, deve rimanere a piedi o meglio in macchina?

Cicloamici Salute è un’idea semplice e ambiziosa che vuole dare benessere in cambio di un impegno al cambiamento.

Abbiamo città poco vivibili ma anche abitudini poco sane, inerzie e ruggini che ci impediscono di immaginare la nostra giornata in maniera diversa. Le nostre città diventeranno delle “Slim City”, vale a dire luoghi che ci rendono “magri” sia nel corpo che nello spirito solo se i loro abitanti lo richiederanno a gran voce, se ne sentiranno la necessità.

Il problema è iniziare da qualche parte, provare, in un contesto di consapevolezza, dei cambiamenti nei comportamenti più banali, così tanto banali che non riusciamo mai a fare.

Con questo progetto, mi faccio carico del compito di aprire una via che chiunque può imboccare.

I Cicloamici si impegnano in salute e tu che fai?

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La salute viene in bicicletta

Le nostre città ci stanno facendo ammalare sempre di più.  Sembrano fatte apposta per farci ingrassare, prendere il diabete, aumentare la pressione arteriosa.

Il groviglio cittadino, specie nelle grandi città, si prende cura non solo del nostro corpo ma anche della nostra mente, causando depressioni, stati d’ansia e fobie di ogni genere. A questo punto dovrei citare tutta una serie di studi scientifici per avvalorare queste tesi ma posso farne a meno, sia perchè rischierei di annoiarvi ma anche perchè potete guardarvi intorno e decidere quanti non soffrano di qualcuno dei mali suddetti. Naturalmente, l’elenco delle disgrazie è parziale, molto parziale ma è sufficiente per rendere l’idea.

Detta così sembra che tutto questo appartenga agli abitanti delle grandi città, le metropoli, magari l’America, non certo il nostro bello e soleggiato Sud d’Italia. Invece no, l’epidemia dell’obesità, tanto per fare un esempio a me famigliare, dilaga ovunque anche nelle cittadine di poche migliaia di abitanti, dove andare a piedi o in bicicletta dovrebbe essere la cosa più pacifica e sensata di questo mondo.

Il problema è che le nostre città, anche quelle più piccole, sono “obesiogene” cioè rendono in un modo o nell’altro i propri abitanti incapaci di utilizzare il proprio corpo. Non si tratta solo dell’uso eccessivo dell’automobile ma di un terribile congegno socio-economico capace di farci pensare solo in termini di quattro ruote, ascensori, cancelli automatici, telecomandi e motorini. 

A questo punto potrei dare altri esempi di sfracelli sanitari della vita moderna e relative città, aggiungendo il numero dei morti oltre a quello degli ammalati e, finalmente, suggerirvi di prendere la bicicletta e farla finita con il vostro sovrappeso e il colesterolo alto. A titolo d’incoraggiamento potrei  anche aggiungere che con la bicicletta si risparmia denaro ma sarebbe superfluo perchè tutti sappiamo le rapine giornaliere che fanno ai distributori di carburante ( a noi, naturalmente). 

Purtroppo, suggerimenti e consigli valgono ben poco quando si ha a che fare con abitudini e comportamenti. Non si tratta di cattiva volontà o peggio stupidità collettiva ma di un fenomeno ben studiato dagli addetti ai lavori. I motivi li spiegherò dopo per ora diciamo che se la salute viene in bicicletta noi non ci siamo, abbiamo da pensare ad altro.

Da che parte iniziare

Le nostre città non ci piacciono, le vorremmo diverse e la colpa è di qualcun altro. E’ un sentimento diffuso che si manifesta in una continua condanna verso un autore ignoto, qualcuno o qualcosa che ci trascura e non fa niente per cambiare le cose.

Dopo la condanna c’è la rassegnazione con qualche flebile traccia di speranza affinché le cose in futuro cambino. Naturalmente, il cambiamento che attendiamo è di natura quasi sovrannaturale: strade nuove, scuole nuove, parcheggi sotto ogni ufficio, alberi e giardini fioriti. Solo quando tutto sarà pronto potremo anche prendere in considerazione di cambiare un po’ delle nostre abitudini.

Siamo in attesa e nel frattempo la nostra salute prende la piega che deve prendere: peggiora.  Si chiama circolo vizioso e ci siamo dentro fino al collo, in città come in provincia. Non so su quale bollettino ho letto che la Puglia e la Basilica hanno un qualche tipo di primato statistico per l’obesità, specie quella infantile. Avrei capito una grande e alienata area metropolitana ma qui da noi, nel giardino d’Europa e davvero troppo. Cosa sta succedendo?

A livello di popolazione non si sa molto bene cosa stia accadendo perché i  fattori sono tanti e coinvolgono molte discipline diverse, inoltre il fenomeno è nuovo. Ma se parliamo delle singole persone non ci vuol molto a capire che la vera causa di tanti mali è la sedentarietà, l’eccesso alimentare e altri comportamenti a rischio.

Se modificare i comportamenti di una popolazione è impresa davvero ardua, l’intervento sulle singole persone è invece possibile. Mi rendo conto che tutto questo lo sapevate anche prima ma i vostri cambiamenti non sono stati avviati lo stesso, perché questo mistero?  Lo scopriremo meglio quando illustrerò il razionale del progetto “Slim City” .

Tuttavia, per ora, dobbiamo essere consapevoli di un paio di cose: la prima: se molte persone avviano piccoli e banali cambiamenti le città devono cambiare per forza, la seconda è che ci sono ottime ragioni per mantenere le nostre insane abitudini. Non siamo dei pazzi autolesionisti solo che paradossalmente ci “conviene” essere così come siamo. E’ il nostro attuale equilibrio.
Tuttavia, abbiamo un cambio di prospettiva: prima cambiamo noi e poi cambiano le città e non viceversa. Ora che il punto d’ingresso è indicato, prima di procedere dobbiamo stare attenti ad alcune trappole che per i più si rivelano fatali.

Le trappole

Prima cambiamo noi e poi cambieranno le città; banale, ma come fare? 

La risposta è non lo so, finchè parliamo di noi in senso generico, come se fossimo una folla anonima, la risposta rimarrà negativa. Ma se parliamo in prima persona le cose cambiamo parecchio.

E’ la prima trappola da evitare. Questo progetto non lavora sul gruppo ma sulla singola persona. Indubbiamente, cento singole persone fanno un bel gruppo e diecimila singole persone fanno una cittadina ma tutto questo è solo una conseguenza non una premessa. L’altra trappola da evitare è un’impostazione salutista. I cambiamenti comportamentali non si attuano con sporadici episodi di buona volontà e di amore per la natura ma con un nuovo equilibrio, frutto di un diversa dislocazione delle forze in campo rappresentate dagli svantaggi e vantaggi che ognuno di noi sperimenta in una determinata condizione.

La trappola numero tre è pensare al cambiamento come qualcosa di epocale e grandioso. Niente di tutto questo, infatti, quanto più grande è il divario tra lo status quo e il cambiamento tanto più grande sarà la possibilità di insuccesso.

Quarta trappola è la mancanza di preparazione. Molte persone quando decidono di cambiare qualcosa della propria vita, lo fanno senza un progetto adeguato, cioè ci provano. E’ un po’ come andare a fare la guerra senza addestramento; alla prima scaramuccia si torna indietro di corsa. In linea generale è bene attuare il nostro piccolo impegno di cambiamento come un esperimento, rendendosi conto di quello che accade.

Più è piccolo meglio è purchè sia stabile e compatibile con la vita di ogni giorno.

Pagare meno “tasse”

Il cambiamento dello stile di vita è costituito da tante piccole cose tutte strettamente legate. Non è possibile intervenire su un aspetto del vivere quotidiano senza rendere instabile qualcos’altro.

Il motivo di questa complessità risiede in una continua oscillazione di vantaggi e svantaggi in tanti aspetti della nostra vita. Davanti a noi abbiamo continuamente un bilancio tra queste due forze e finchè sono i vantaggi a prevalere la situazione rimarrà così com’è.

Il cambiamento è possibile solo quando intervengono fattori che fanno spostare il bilancio verso lo svantaggio. Per esempio una persona mangerà tranquillamente troppo finchè non si manifesteranno gli svantaggi del sovrappeso. Solo a questo punto prenderà provvedimenti ma non prima, infatti mangiare è bello e fare la dieta brutto.

Per le città non ci illudiamo: i vantaggi che abbiamo superano gli svantaggi non è questo il punto. Anche se sappiamo di perdere interi anni della nostra vita in assurde code di automobili o di sentirci prigionieri delle nostre case, nell’insieme il discorso regge, cioè i vantaggi di vivere in città superano gli svantaggi.

Paghiamo questo modo di vivere in termini di peggioramento della qualità della vita, tuttavia, la notizia è che non tutti debbono pagare per forza questa stessa “tassa”. Possiamo “evaderla” seppur parzialmente sta a noi decidere.

Sappiamo bene che è possibile fare molte cose in tanti modi diversi. Di solito ci orientiamo verso il modo più ovvio, raramente, verso quella più adatto e funzionale. In questo contesto l’impegno al cambiamento consiste nel combattere l’ovvio e lavorare sulle alternative al fine di migliorare la qualità della vita, cioè pagare una “tassa” più bassa per vivere in città.

Il problema è che l’ovvio lo riconoscono tutti e vale per tutti mentre “l’alternativa” è nostra e solo nostra e nessuno ci può dire cosa bisogna fare. Qualcuno ci può dire quale può essere l’obiettivo ma come raggiungerlo è un lavoro personale che prevede alcuni cambiamenti comportamentali. A questo punto per gli aspiranti “evasori” è giunto il momento dei dettagli, potete farlo cliccando sulla pagina “Progetto”.

Il ruolo delle associazioni

Le persone si associano perché hanno interessi e obiettivi comuni. Come sappiamo le amministrazioni ascoltano più volentieri grandi gruppi organizzati piuttosto che singole voci isolate. Se l’obiettivo di tutto il progetto è una “Slim City”  derivata dall’impegno al cambiamento dei suoi cittadini, le associazioni possono avere un ruolo determinante nel coordinamento e promozione dell’iniziativa.

Naturalmente, può aderire al progetto chiunque ma vedo come interlocutori privilegiati le associazioni FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta ) perché, come minimo, sanno di cosa parlo.

L’associazionismo FIAB è in crescita non solo per un fatto numerico ma soprattutto per l’alto grado di collaborazione tra i diversi gruppi.

E’ evidente che abbiamo in mente le stesse cose e spero, vista la novità, che anche l’iniziativa “Slim city” sia condivisa e promossa.

Qui da noi questo spirito di collaborazione si è concretizzato con la nascita del Coordinamento FIAB Puglia-Basilicata.

Le associazioni FIAB Cicloamici Mesagne, Cicloamici Lecce, Ciclamini Matera, Percorsi Sava, Cicloattivi Maglie, Ruotalibera Bari, Bicilandia Potenza da ora in poi pedaleranno insieme.

Naturalmente, è desiderio comune che questo coordinamento si allarghi sempre più. Credo che il progetto “Slim City” possa dare una mano in proposito.

Verso una “Slim City”

Questo titolo l’ho preso in prestito o forse rubato, non so, da un articolo apparso su Repubblica On line (Corsa, bici e slowfood la città che fa dimagrire, E.Franceschini, Repubblica del 19/02/08).

Ne ho fatto un po’ lo slogan del progetto perché fondamentalmente rispecchia il modo di vivere cittadino di noi Cicloamici.

Non mi prefiggo, certamente, di dare uno standard di riferimento per le città che vogliono essere “Light”, “Slim” o più semplicemente vivibili, ma sarebbe bello che fossero i partecipanti al progetto a darne i contorni.

Infatti, se da una parte i nostri amministratori sono poco attenti alle tematiche della mobilità sostenibile dall’altra è pur vero che noi cittadini non sappiamo neppure quello che ci serve.

E’ troppo facile parlare di progetti faraonici di trasformazione urbanistica senza tener conto della reale utilità e fattibilità. Invece, sperimentare la città significa poter proporre opere il più delle volte di modesta entità ma di grande valore per chi ne usufruisce.

Noi Cicloamici abbiamo verificato più volte che se le proposte sono impostate in questo modo molti amministratori ascoltano e qualche volta realizzano anche. Per fare un esempio un gruppo di genitori potrebbero arrivare alla conclusione che accompagnare i propri figli a scuola con la bici conviene.

Infatti, la scuola dista solo 1 Km da casa e ogni mattina l’ammasso di automobili all’entrata fa perdere una quantità di tempo irragionevole senza considerare arrabbiature e tutto il resto. Per un attimo facciamo finta che questi genitori siano molto fortunati e riescano nel loro intento, ma hanno dei problemi perché la città pone degli ostacoli alla loro scelta.

Da qui la possibile proposta presso le amministrazioni. Queste persone non diranno genericamente “vogliamo andare più sicuri in bici”, ma bensì “vogliamo che questa strada da qui alla scuola sia più sicura”.

Dichiarata questa esigenza, può essere che tutto si risolva con la sola presenza di qualche vigile in più all’orario di apertura delle scuole. Pertanto, un conto e richiedere a gran voce la necessità di piste ciclabile a quattro corsie per un bisogno generico di mobilità, un altro è quello di porre uno specifico problema da parte di alcuni cittadini.

Secondo me, una città sarà tanto più “Slim” quanto più saprà dare risposte puntuali a domande concrete in termini di mobilità alternativa. In che misura tutto questo si possa realizzare dipenderà da quanti si impegneranno in questo come in qualsiasi altro progetto di promozione alla salute.